C’è una data che per molti atleti suona come uno spartiacque. Quarantuno anni. È l’età in cui, di solito, lo sport ti mette davanti allo specchio e ti chiede di essere onesto: “Ti ricordi chi eri?”.
LeBron James, invece, a quello specchio ci passa accanto senza fermarsi. Perché il punto non è più chi era. Il punto è che, ancora oggi, è qui. Nato il 30 dicembre 1984, 41 anni compiuti, e una carriera che ormai va raccontata come si raccontano le epoche, non le stagioni.
Il bello, se vogliamo, è che non lo fa con l’illusione romantica del “non invecchio”. LeBron lo dice in modo diverso: parla di “Padre Tempo” come di un avversario vero, uno da marcare, uno da studiare, uno con cui fare a sportellate ogni settimana. È un linguaggio da campo: non chiedi pietà, cerchi soluzioni. E quando un campione arriva a questa età e non abbassa lo sguardo, capisci che la faccenda non è solo fisica. È mentale.
Negli ultimi giorni è tornata fuori anche un’altra chiave, forse la più interessante, in un pezzo del Washington Post: la testa di LeBron. Non “la leadership” detta a caso, proprio il cervello cestistico. L’idea è che la sua longevità non sia soltanto la cura maniacale del corpo, ma un’intelligenza da playmaker applicata alla vita: routine, preparazione, memoria, letture, e quella capacità di vedere il campo prima che il campo succeda.
Dentro quella stessa storia c’è un dettaglio che sembra piccolo e invece è enorme: “Mind the Game”, il podcast dove LeBron parla di basket come uno che ha passato una vita a smontarlo e rimontarlo, e adesso lo racconta senza fretta. Prima con J.J. Redick, oggi con Steve Nash. Non è intrattenimento e basta: è il dietro le quinte di come pensa uno che ha giocato contro tutto e tutti, e che ancora oggi sceglie quando usare il corpo e come usare la testa.E poi c’è la carriera, che ormai è un album di fotografie che ti sembra impossibile stare in una sola vita sportiva. ESPN, proprio oggi, la ricompone in 23 immagini: Miami, Cleveland, Los Angeles, i passaggi, le schiacciate, “The Block”, le finali, l’aria che cambia attorno a lui ogni volta che entra in un’arena. Ventitré anni di NBA raccontati come si racconta un viaggio lungo, pieno di svolte.
A 41 anni, il miracolo non è fare ancora cose da highlights. Il miracolo è un altro: che LeBron ha trasformato l’invecchiare in un mestiere. Non nel senso triste del “tirare avanti”. Nel senso serio del termine: conoscere i propri limiti, accettare che il serbatoio non è infinito, e imparare a spendersi nel momento giusto. È la differenza tra un grande giocatore e un giocatore che resta grande.
E qui arriva il punto più “da romanzo”. Perché la storia di LeBron, alla fine, non è solo quella di un atleta che resiste. È la storia di uno che non vuole vivere di nostalgia. Che non vuole essere ricordato solo per quello che ha fatto. Vuole essere ancora una presenza, una forza, un problema da risolvere per chi gli sta davanti.
E allora la chiusura viene da sola, come un titolo che ti resta in testa: “L’amore non mi basta”.
Perché a LeBron, a 41 anni, l’amore del pubblico non basta più: gli serve ancora il gioco, il campo, e quella lotta quotidiana con il tempo che, finché dura, è la sua vera casa.
